Anno pastorale 2011-2012

Lettera pastorale

Gianfranco Agostino Gardin

Vescovo di Treviso

 

“Una meraviglia ai nostri occhi” (Mt. 21,42)

Cristiani adulti in una chiesa adulta.

“Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!” (Mt 21,42)

 

Carissimi fratelli e sorelle, saluto tutti voi – presbiteri, diaconi, persone consacrate, fedeli laici – con sincero affetto nel Signore. Con le parole di Paolo  vi auguro che “il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo”. (Rom 15,13).

Vengo a voi anche quest’anno attraverso questa mia Lettera pastorale, con il desiderio di offrire qualche stimolo alla nostra chiesa, e ad ogni comunità cristiana che in essa vive, perché sia sempre più segno dell’amore indefettibile del Signore e annuncio del suo Vangelo. Vorrei che sentissimo rivolte anche a noi l’esortazione e la promessa di Cristo risorto alla chiesa di Smirne: “Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita”. (Ap 2,10)

 

1. Alla conclusione dell’anno pastorale 2010-2011, la sera del 3 giugno scorso, ho già annunciato il tema che dovrebbe costituire l’oggetto della nostra attenzione e del nostro impegno nel prossimo futuro: la formazione cristiana degli adulti. Questa scelta si colloca, come è noto, nel decennio in cui è chiesto alla chiesa italiana di porre al centro della sua riflessione e della sua attività pastorale il grande compito dell’educazione. Facevo presente, in quella circostanza, che questo tema viene indicato negli orientamenti pastorali della CEI per il decennio in corso come la prima priorità tra quelle necessarie per “dare impulso e forza al compito educativo delle nostre comunità”, rilevando che “questa scelta qualificante, già presente negli orientamenti pastorali dei decenni passati, merita ulteriore sviluppo, accoglienza e diffusione nelle parrocchie e nelle altre realtà ecclesiali.” E aggiungevo: “Si potrebbe osservare che non si tratta certo di una scelta nuova e originale, anche se si dovranno poi definire obiettivi particolari ed eventualmente anche alcuni destinatari specifici. Ma non dovrebbe sorprenderci che questa preoccupazione, la formazione di una chiesa fatta di cristiani adulti, riemerga sempre con forza, dal momento che una ragione (o la ragione) di fondo del nostro lavoro pastorale è – e non potrebbe essere diversamente – un’efficace trasmissione della fede”.

Non ho la pretesa, in questa Lettera, di offrire delle considerazioni esaustive e, meno ancora, risolutive dei molti problemi pastorali che siamo chiamati ad affrontare in questo tempo. Avrei anche desiderato che il contenuto di queste mie pagine potesse emergere da una consultazione del Consiglio pastorale diocesano, ma il fatto che esso sia stato rinnovato solo di recente non mi ha permesso di renderlo parte attiva nella scelta del tema e della sua elaborazione, anche se ho potuto usufruire dei suggerimenti e del confronto offerti da alcuni collaboratori, ai quali esprimo gratitudine.

 

1. UNA CHIESA IN CAMMINO, TRA FATICHE, PROVOCAZIONI, SPERANZE.

 

Alcune semplici e consuete “scene”

2. Vorrei avviare la mia riflessione richiamando alcune semplici scene, appena tratteggiate: si tratta di immagini che si sono impresse nella mia mente e che mi hanno fatto riflettere, facendo nascere in me alcune domande.

Prima scena. All’inizio della Quaresima si è soliti celebrare in cattedrale, durante la liturgia della parola della Messa, il rito dell’elezione dei catecumeni adulti, cioè la loro ammissione ufficiale al Battesimo e agli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana che riceveranno nella veglia pasquale. E’ emozionante per me accoglierli in cattedrale assieme ai loro catechisti e padrini e madrine. Vi è però un momento della celebrazione che mi colpisce particolarmente: prima della recita del Credo i catecumeni lasciano la chiesa, poiché secondo l’antica tradizione, non sono ancora “abilitati” a pronunciare la professione di fede e, ovviamente, a partecipare alla liturgia eucaristica. Nel vedere i loro posti rimasti vuoti, sento emergere in me delle domande: noi che restiamo in chiesa siamo davvero consapevoli di ciò che diciamo e di ciò che celebriamo: dichiararci credenti, pronunciando il Credo; partecipare alla “Cena del Signore”, ricevere il suo Corpo, essere associati alla sua morte e risurrezione? Il Credo è solo una formula ripetuta distrattamente, o è l’espressione di ciò che nella nostra esistenza vi è di più importante, ciò su cui si fonda la nostra speranza più solida? L’Eucarestia è davvero per noi partecipare alla morte e risurrezione di Gesù? Insomma, quale peso effettivo, ha nella nostra vita quell’essere pienamente cristiani, condizione a cui i nostri catecumeni aspirano e per cui si preparano a lungo?

 

3. Seconda scena. Una celebrazione dell’Eucarestia domenicale durante la quale avviene l’amministrazione della Cresima. I cresimandi si dispongono in fila, accompagnati dai loro padrini o madrine. Si presentano davanti a me, di solito, emozionati e composti; molti sembrano compresi da ciò che avviene. Ma spesso la mia attenzione è attratta dai padrini e madrine: alcuni sorridenti, partecipi; al ragazzo o alla ragazza che accompagnano rivolgono sguardi pieni di affetto; altri appaiono impacciati, quasi imbarazzati, sembrano avere poca dimestichezza con una celebrazione liturgica. Io penso: è davvero in grado, questo padrino o questa madrina, di accompagnare il cresimato in un cammino di fede verso la condizione del credente adulto, aiutandolo a comportarsi come vero testimone di Cristo? E’ lui stesso un vero cristiano adulto o vive ai margini della fede e della chiesa, svolgendo in questo momento un compito puramente cerimoniale? Naturalmente le domande rimangono lì sospese, non solo per l’incalzare del rito (la lunga serie di cresimandi richiede una certa celerità), ma anche perché un fugace sguardo può provocare soltanto superficiali impressioni e domande. E tuttavia queste mi restano dentro, suscitando un misto di preoccupazione e di speranza.

 

4. Terza scena. Un sabato pomeriggio all’inizio di ottobre. La cattedrale è gremita di persone. Sono varie centinaia di catechiste e catechisti convenuti per ricevere il “mandato”, per sentirsi dire dal vescovo, come Gesù agli apostoli: andate, annunciate il Vangelo. Guardo tutte queste persone che si mettono a disposizione della comunità per preparare fanciulli e ragazzi ai sacramenti, per offrire una formazione cristiana, per aiutare altri a conoscere Gesù ed entrare in relazione con lui, a celebrarlo nella Liturgia e a renderlo presente in una vita quotidiana aperta agli altri. Penso tra me: nessuno fa il catechista per “arrotondare lo stipendio”, e forse nemmeno soltanto “per fare un favore al parroco”; sono convinto che il loro mettersi a disposizione dell’annuncio a chi si affaccia alla vita è un dono immenso per la nostra chiesa. Confesso che questo è per me uno degli appuntamenti più commoventi. Mi dà l’immagine di una chiesa viva, che non cessa di “generare” figli grazie alla testimonianza e all’impegno di chi aiuta a riconoscere il tesoro prezioso della fede e dei suoi contenuti. Mi mostra con evidenza la presenmza tra noi di persone che credono in ciò che hanno ricevuto e a loro volta trasmettono agli altri (cf. 1Cor 11,23).

Anche in questa circostanza, tuttavia, qualche domanda si affaccia alla mia mente. Riusciranno a trasmettere una fede che entra nella vita? Sarà solo una comunicazione di nozioni astratte o anche di un’esperienza che trasforma la persona? Penso anche ai moltissimi destinatari del loro impegno: in genere la fascia che va dalla fanciullezza alla prima adolescenza. Una seminagione abbondante, che raggiunge davvero molti. Il catechismo li renderà davvero discepoli di Gesù? E, una volta divenuti adulti, sarà anche la loro fede una fede adulta? Sapranno parlare di Gesù, indicandolo come l’esperienza affascinante che accende la ricerca e favorisce l’incontro con lui (cf. Gv. 1,35-42)?

 

5. Quarta scena. Mi trovo a trascorrere qualche ora con una persona avanti negli anni, conosciuta da sempre, non molto praticante, anche se cresciuta in una famiglia cristiana. Ha partecipato ad una Messa domenicale da me celebrata. Il vangelo di Matteo narrava la scena di Pietro che va verso Gesù sulle acque, ma ad un certo punto è preso dalla paura e comincia ad affondare (cf. Mt. 14,22-23). Nel mio commento rilevavo che la fede è spesso attraversata da dubbi, così che il cammino del credente può farsi incerto e timoroso. Mi dice: “Sono rimasto sorpreso dalle tue parole. Una volta non si diceva che la fede è certezza, assenza di dubbi?” E mi dichiara la sua soddisfazione nel sentir presentare una fede più “umana”, più umile, più vicina alla realtà. Gli rispondo sorridendo: “Sei rimasto davvero indietro! Hai bisogno di aggiornamento”.  Le poche battute scambiate mi lasciano l’impressione che forse c’è in questa persona, e in tante altre che si trovano in condizioni simili, il desiderio di sentirsi dire in maniera nuova che cosa significa credere. Mi chiedo: hanno forse assimilato un cristianesimo impregnato di dottrina e povero di relazione (con Dio e non solo)? Probabilmente hanno sentito enunciare un codice morale cristiano; ma avranno anche scorto il volto misericordioso del Padre, oppure si sono fatti l’idea di una fede che mortifica la ragione, i desideri, la gioia di vivere? Forse sono in attesa di chi dica loro che non è proprio così, o di chi presenti loro una fede più attenta alle domande dell’uomo, non astratta, non banale, non ridotta a pura devozione. Sarà possibile comunicare o far sperimentare a queste persone una fede più gioiosa, più desiderabile, più convincente?

 

6. Quinta scena. Collocata nella stagione degli avvicendamenti di alcuni parroci. Il calo numerico dei sacerdoti costringe ad affidare ad un parroco una seconda parrocchia: operazione non facile. Il Consiglio pastorale di una parrocchia “colpita” da una decisione di questo tipo mi invia una lettera di garbata protesta, non tanto per la decisione in sé, che era già stata prospettata da tempo, ma per il fatto che essa sia stata attuata prima del previsto e dunque senza un’opportuna preparazione ad un cambiamento così impegnativo; e chiede di potermi incontrare. Le preoccupazioni espresse, con schiettezza e con un evidente amore alla propria comunità, mi predispongono ad incontrare volentieri i membri del Consiglio pastorale per ascoltare direttamente le ragioni della loro delusione e per un utile scambio di idee sulla situazione parrocchiale.

Conservo un positivo ricordo di quell’incontro e delle persone con cui mi sono intrattenuto quella sera; così come ricordo le parole assai belle pronunciate dalla rappresentante del Consiglio pastorale all’ingresso del nuovo parroco (già pastore di un’altra parrocchia). Ritornando a Treviso quella sera mi chiedevo se riusciremo a crescere tutti nella corresponsabilità. Pensavo che il dispiacere che mi viene manifestato talora da chi vede partire il proprio parroco, perché destinato altrove, manifesta un positivo coinvolgimento nella vita della parrocchia. Mi interrogavo, tuttavia, sulla capacità di apertura alla più grande realtà della chiesa diocesana e della stessa chiesa universale (non dimentichiamoci che la nostra diocesi è impegnata in tre missioni in altri continenti). Mi domandavo: come giungere ad avere un’attenzione fattiva alla propria comunità e, al tempo stesso, essere “chiese estroverse”; comunità che non esasperano l’esigenza di dare soddisfazione ai “propri” bisogni pastorali, ma sanno riconoscere anche i bisogni degli altri? Chiese dove tutti insieme, laici e pastori, riusciremo a farci carico delle “nostre” comunità (di tutte, non solo della “mia”), con sguardi ampi, con una condivisa passione di annunciare Gesù Cristo, e con la sapienza che proviene da una vera comunione nell’unico Signore?

 

7. Ultima scena. Una scena familiare a molti. Lascio una chiesa parrocchiale dopo una celebrazione domenicale. Saluto la gente che sosta sul sagrato, scambio qualche battuta, rivolgo qualche domanda; noto con gioia la presenza di famiglie al completo: è davvero bello vedere genitori e figli che partecipano insieme all’Eucarestia domenicale. Mentre mi allontano vedo le persone, le famiglie che ritornano alle loro case: alla loro vita quotidiana. Guardandole, mi chiedo: che cosa rimarrà nella vita di tutti i giorni di quello che abbiamo celebrato, della Parola ascoltata, delle riflessioni proposte, dei gesti liturgici portatori di significati tanto densi, del “fate questo in memoria di me”, di quell’ “annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” dichiarato nel cuore dell’Eucarestia? Tutto questo si trasformerà in vita vissuta, in scelte conseguenti, in una relazione con il Signore non racchiusa solo – se davvero c’è stata – nel momento celebrativo, ma travasata e tradotta nel rapporto “feriale” con gli altri?

Qualcuno potrà pensare: ma il vescovo è uno che continua a farsi domande? E’ perennemente angosciato da difficili interrogativi? No, non lo sono, o lo sono nella misura in cui ogni persona che riflette anche sull’ordinarietà della vita si sente interpellato da alcune situazioni. Riflettere sulle proprie esperienze significa spesso porsi domande. Ho riferito alcune esperienze “ordinarie” della mia vita di pastore. Niente di eccezionale. Certamente anche molti di voi potranno ritrovare nella loro quotidianità di credenti tante scene analoghe, capaci di suscitare altre domande.

Perché ho voluto richiamare queste situazioni e questi interrogativi? Evidentemente per quello che provocano a me e a voi in relazione al nostro tema: educare alla vita cristiana.

 

Un nuovo contesto per l’educare cristiano.

 

8. Vorrei portare l’attenzione sulle figure individuali e comunitarie evocate in queste scene. Ho parlato di catechisti, di bambini e ragazzi del catechismo, di cresimandi; e ancora di catecumeni adulti, di genitori, di padrini e madrine; ho parlato anche di famiglie e di comunità cristiana, di Consiglio pastorale parrocchiale. E’ evidente che tutti questi soggetti sono stati richiamati perché sono protagonisti, in forme diverse, dell’educazione cristiana o della trasmissione della fede. Ho parlato anche di cristiani che si trovano piuttosto ai margini della comunità, quelli che si è soliti definire “cristiani della soglia”. Faccio presente che i soggetti richiamati sono sia bambini e adolescenti che adulti. Non difficile osservare che tutti questi soggetti, che ci interessano in relazione all’educazione cristiana, hanno a che fare con un contesto culturale e religioso assai mutato rispetto al passato: esso pone anche al compito di educare nuovi cristiani alcuni problemi prima sconosciuti, che non possiamo ignorare o eludere. Non pretendo certo di descrivere con ampiezza tale contesto: alcune sintetiche e illuminanti descrizioni si possono trovare in documenti recenti della chiesa universale e della chiesa italiana. Ne richiamo solo qualche aspetto.

 

9. Non è difficile osservare che la trasmissione della fede avveniva, nel passato, in un contesto o ambiente cristiano che la rendeva più “naturale”. La parrocchia era un’entità che, con i suoi tempi,  le sue feste, le sue iniziative, aveva un indiscutibile peso sull’impostazione della vita della gente; di tutto ciò la comunità civile era solitamente rispettosa. La famiglia viveva, in molti casi, in un clima cristiano e veicolava facilmente “buone tradizioni cristiane”; i genitori e tante altre figure adulte erano non raramente effettivi testimoni di fede e di carità, e offrivano ai più piccoli e ai più giovani l’esempio di una vita coerente. Non mancavano le ombre, in questa situazione: se l’essere cristiano era una condizione molto diffusa, non tutti i cristiani erano portatori di convinzioni profonde: si trattava talora di un “cristianesimo sociologico”, praticato perché sospinti dalla tradizione famigliare. Secondo una nota formula, “non si poteva non essere cristiani”, ma si poteva esserlo in maniera piuttosto superficiale. Tutti percepiscono come la situazione sia cambiata. La fede è diventata una delle opzioni possibili fra numerose altre proposte, stili e scelte di vita; la chiesa o la parrocchia è una realtà tra le altre, con minor influenza sulla vita delle persone; la famiglia, e più ancora la scuola,  non sono più luoghi “naturali” di trasmissione della fede come avveniva un tempo; la società civile talora esaspera la preoccupazione di garantire la “laicità”. Alcune inequivocabili affermazioni presenti nell’esortazione post-sinodale sull’Europa di Giovanni Paolo II esprimono bene il cambiamento: “Nel continente europeo non mancano certo i prestigiosi simboli della presenza cristiana, ma con l’affermarsi lento e progressivo del secolarismo,  essi rischiano di diventare puro vestigio del passato. Molti non riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell’esperienza quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale  in cui il progetto di vita cristiana viene continuamente sfidato e minacciato; in non pochi ambiti pubblici è più facile dirsi agnostici che credenti; si ha l’impressione che il non credere vada da sé, mentre il credente abbia bisogno di una legittimazione sociale né ovvia né scontata.” Questa descrizione può apparirci piuttosto cupa, ma non si dimentichi che si riferisce anche a paesi europei in cui il secolarismo è assai più accentuato che in Italia. Tuttavia dobbiamo realisticamente pensare che anche noi siamo probabilmente incamminati verso quella direzione. In ogni caso, la comunità ecclesiale patisce una certa marginalità di fronte al modello culturale corrente; e anche la proposta educativa della fede trova difficoltà ad essere colta come apertura verso ciò che sta “oltre” l’esperienza umana e come opportunità di dialogo. Situazione, dunque,  scomoda eppure preziosa, che ci induce a definire meglio la comunità ecclesiale nel suo servizio di annuncio, vissuto al suo interno nella comunione e all’esterno nell’attenzione verso chi si trova al margine dell’istituzione ecclesiale o lontano da essa.

 

Alcune fatiche nel trasmettere la fede.

 

10. In questa situazione, nonostante non manchino iniziative vivaci e incoraggianti, sono comprensibili, per esempio,  le fatiche dei catechisti circa l’impostazione della loro catechesi: i contenuti e la loro presentazione, il coinvolgimento dei bambini o ragazzi. Dopo il Vaticano II in Italia si è compiuto uno sforzo notevole per passare da una catechesi di tipo prevalentemente dottrinale ad una catechesi “per la vita cristiana”. Gli esiti sono stati sempre entusiasmanti e talora l’aspetto contenutistico della fede ne è stato un po’ penalizzato. Altre esperienze appesantiscono lo sforzo della comunità ecclesiale, specie parrocchiale, di trasmettere la fede. Ne segnalo alcune.

Appare abbastanza diffusa la latitanza o l’assenza di un certo numero di genitori, che spesso inviano i figli al catechismo, ma non frequentano la chiesa. In questo modo, sembrano dare ai figli il messaggio che la fede è “roba da bambini”. In realtà la fede è “roba da adulti”, che viene anche comunicata anche ai bambini da parte di chi la considera dimensione irrinunciabile e dono prezioso dell’esistenza.

Un’altra esperienza problematica, spesso legata alla prima, è il frequente abbandono della pratica cristiana nel dopo-cresima. Non possiamo nascondere che questo ci lascia l’amaro in bocca: ci fa pensare a quell’espressione del vangelo di Giovanni, che sempre ci colpisce, dopo il discorso di Gesù sul “pane di vita”: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui” (Gv. 6,66). Avviene dunque che in una fase cruciale della vita – adolescenza o prima giovinezza – molti passino da una (almeno apparente) fede e pratica religiosa ad una certa indifferenza. Ne ritroviamo alcuni ala momento del matrimonio, sempre meno celebrato in chiesa, , comunque non sempre per vera convinzione, e poi in sporadiche occasioni: funerali, sacramenti dei figli, qualche festività religiosa o qualche festa popolare.

Una terza esperienza è espressa in questi termini dai vescovi italiani: “ Non si può più per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo, che si abbia una qualche esperienza di chiesa. Vale per fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni. C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede”. Può capitare sovente, conversando su temi religiosi, di quante persone abbiano conoscenze limitate circa i contenuti della nostra fede, spesso intrise di equivoci, di interpretazioni distorte, di luoghi comuni che alterano la verità. Abbiamo l’impressione che, se dovessimo attuare un percorso di formazione cristiana con costoro, dovremmo cominciare dall’alfabeto del cristianesimo. Eppure si tratta di persone che generalmente hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

 

Uno sguardo alla nostra chiesa in vista del prossimo Convegno ecclesiale di Aquileia.

 

11. Ho richiamato alcuni fatti che sono sotto gli occhi di tutti. Per cogliere la realtà della nostra chiesa, vorrei servirmi anche della lettura che di essa è stata fatta per offrire un apporto al II Convegno ecclesiale di Aquileia (aprile 2012). In preparazione a questo importante evento per le chiese del Triveneto, un vasto gruppo di persone della diocesi, oltre un centinaio – presbiteri, diaconi, persone consacrate e laici- , si è riunito in due occasioni, nel febbraio e marzo scorsi,  per rispondere ad alcune domande che permettessero di rileggere il cammino della nostra diocesi negli ultimi vent’anni e delineare quello futuro. Ne è emerso un quadro fatto di luci e ombre, situazioni che suscitano speranza e altre che destano preoccupazione. Trovo utile riprendere alcuni tratti di quella lettura, traendoli da una sintesi che ne è stata offerta al Comitato preparatorio del Convegno.

 

12. Ad una domanda circa gli elementi positivi maturati negli ultimi vent’anni della nostra chiesa, che permettono di riconoscervi l’azione dello Spirito, si è risposto richiamando, tra le altre cose:

– il forte impulso dato alla formazione teologica (Scuola di formazione teologica, Istituto superiore di scienze religiose, Scuola diocesana di catechisti, esperienze di lectio e ascolto della Parola di Dio), con la massiccia partecipazione di laici;

– una pratica religiosa ancora significativa nelle nostre parrocchie, ritenute punto di riferimento quali centri di spiritualità e di proposta di valori;

– una buona attenzione alla liturgia, alla catechesi e alla carità;

– un recupero della “diocesanità”, a dimostrare che le parrocchie sono forse un po’ meno chiuse che in passato;

– l’esperienza delle collaborazioni pastorali;

l’aumento della presenza ecclesiale dei laici, che offre collaborazioni qualificate, anche se appare necessario camminare ancora per arrivare alla corresponsabilità;

– una migliore condivisione tra le aggregazioni laicali;

– una buona presenza di giovani, pur nella fatica del loro coinvolgimento;

– numerosi corsi di preparazione al matrimonio;

– la diffusione di gruppi familiari;

– una accresciuta attenzione alla vita;

– la presenza di un volontariato che vede come riferimento  importante, anche se non esclusivo,la Caritas.

 

13. Una seconda domanda chiedeva, tra l’altro, quali fatiche, sfide, esigenze pastorali caratterizzano oggi la nostra diocesi. Riprendo alla lettera parte delle risposte.

Viviamo in un territorio di forte tradizione cristiana. Dove però una fede vissuta in modo maturo e coerente è sempre più una “scelta di minoranza”. Una pratica religiosa che sia sostenuta solo dalla tradizione implode. Si sente l’urgenza di superare una pastorale di conservazione che riproduce modelli legati ad una struttura sociale e ad una cultura di fatto superate. Emerge, da un lato,  con nettezza la corale adesione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e al catechismo; dall’altro, si assiste alla frattura con i successivi abbandoni della pratica religiosa e con scelte di tipo individualistico: pensiamo al calo dei matrimoni e all’aumento delle convivenze. Ma più in generale, assistiamo all’allentamento dei vincoli comunitari che hanno caratterizzato il nostro territorio (…)

E’ cambiato il lavoro, esiste il precariato,  la vita di famiglia ha ritmi diversi da un tempo anche recente; non si ha più tempo per relazioni gratuite; gli ambienti educativi offrono messaggi spesso in contraddizione. Forse lo Spirito ci chiede di recuperare o reinventare stili di vita che ci aiutino ad essere cristiani, ogni giorno, lì dove siamo, nei luoghi della nostra vita quotidiana. (…)

Si avverte una fatica del mondo a capire la chiesa:  sembra che manchino categorie comuni culturali,  di linguaggio e di senso. L’espressione più evidente sono i sacramenti, sempre meno colti e vissuti come “segni efficaci” dell’agire di Dio nella nostra vita personale e comunitaria. Molti attendono e chiedono,  quindi,  che la chiesa sappia trovare forme nuove di presenza e di trasmissione della fede, tenendo conto delle fatiche che vivono i credenti. Il cammino che le nostre chiese hanno davanti a loro richiede in primo luogo comunità rinnovate, meno preoccupate dell’efficienza, che sappiano mostrare un volto accogliente, che diano più attenzione al mondo della sofferenza e della malattia e che portino al centro i poveri, , che abbiano cura delle relazioni, che sappiano investire e “perdere tempo” per le persone. Siamo chiamati a riconoscerci come comunità in un tempo di frammentazione. All’interno della comunità cristiana dobbiamo re-imparare a fare discernimento,  a trovare spazi per confrontarci ed assumere decisioni in comune che siano orientate dal Vangelo, guardando con simpatia agli uomini del nostro tempo. E’ necessario superare la convinzione che ci si formi alla fede solo nella comunità cristiana e la vita sia solo il luogo della testimonianza. Urgono “voci di profezia”, liberi da vincoli, poteri, privilegi,  seduzioni umane, perché l’unico riferimento rimane il Signore Gesù e la sua Parola e l’unico guadagno sta nel ricercare la verità e la giustizia.

Come si può vedere, le acquisizioni positive e i motivi di speranza si intrecciano con esigenze nuove, rispetto alle quali non ci sentiamo forse preparati come vorremmo. In ogni caso, si deve riconoscere che i due incontri in preparazione al Convegno di Aquileia hanno mostrato una chiesa capace di guardare con realismo e con sagacia alla propria situazione. Ci hanno così offerto alcune interessanti sollecitazioni che potranno essere riprese anche in futuro.

 

2. LASCIARSI INTERPELLARE

 

14. La situazione descritta – attraverso le “scene” da me revocate, dalle risposte in vista del convegno di Aquileia – ci interpella seriamente, e noi non possiamo mancare di attenzione ai segni che la storia ci pone; segni che si fanno sollecitazione, richiesta, stimolo per chi è convinto che il Signore ci parla anche attraverso di essi. Che cosa scorgiamo dunque nella situazione che ho delineato? In che cosa ci sentiamo interpellati dal Signore? Che cosa lo Spirito chiede alla nostra chiesa?

 

E dopo la fanciullezza e l’adolescenza?

 

15. La nostra trasmissione della fede sembra essere destinata prevalentemente alla fascia dei fanciulli e degli adolescenti (pensiamo alla vasta attività catechistica delle parrocchie) e, in parte, ai giovani. In quale misura essa riesce ad incidere su tutta l’esistenza dei destinatari cui è rivolta. Di plasmare anche la fase adulta della loro vita? Certo, il bambino battezzato è già figlio di Dio e merita di essere aiutato a vivere tale figliolanza nella sua condizione di bambino. Manon è forse vero che l’educazione è per sua natura una irrinunciabile preparazione alla vita adulta? Il compito dei genitori, catechisti, educatori, animatori, padrini e madrine,  insegnanti cristiani,  trova una sua ragione proprio in quanto apporto alla crescita della persona,  così da far giungere per davvero ad una condizione di maturità umana e cristiana. Ho ossevato che la fede è “roba da adulti”; in realtà le nostre comunità ecclesiali non sono composte da credenti adulti (compresi i giovani-adulti) in una misura corrispondente alla loro presenza nagrafica nelle parrocchie.

 

Una fede che non disturba?

 

16. Gli adulti che chiedono il Battesimo – rilevavo sopra – interpellano quanti di noi hanno iniziato il loro percorso cristiano nella prima infanzia. Rispetto alla loro fede accolta in età giovanile o adulta, la nostra fede è partita da lontano, è stata appresa – come si usa dire – “sulle ginocchia della madre”; ma si è poi forse “calcificata”, o atrofizzata? O semplicemente giace, senza ansie e senza slanci, senza disturbarci troppo, tra le molte cose che costituiscono il variegato bagaglio di esperienze della nostra vita? C’è quasi da chiedersi – mi si consenta l’interrogativo provocatorio – se qualche volta non dovremmo anche noi uscire di chiesa prima del Credo e della Liturgia eucaristica, come i catecumeni, perché non siamo sufficientemente preparati ad un incontro non superficiale e non distratto con Cristo nell’Eucarestia.

 

Rassegnati di fronte agli indifferenti?

 

17. Un problema che assila particolarmente le nostre parrocchie è dato dalla presenza di tanti battezzati, giovani e adulti, che sono diventati indifferenti o che hanno perso la memoria della fede. Spesso si tratta di genitori che mandano i figli al catechismo per l’iniziazione cristiana, sono anche presenti in alcune ricorrenze religiose,  non sono ancora del tutto estranei a talune manifestazioni di fede;  ma mostrano ormai un progressivo declino del loro senso di appartenenza alla comunità; la loro fede diviene sempre più “privata” e selettiva ( nel senso che ne scelgono alcuni aspetti e ne trascurano o ne rifiutano altri). Che cosa è chiamata  a fare la comunità cristiana per queste persone? Dobbiamo, rassegnati, lasciarli alla loro condizione, che magari si fa sempre più lontana dalle azioni di una pastorale ordinaria piuttosto ripetitiva, destinata ai praticanti, e magari sufficientemente sodisfatta delle risposte ancora relativamente numerose di tanta gente?

 

Parrocchia di S.M. Bertilla - Spinea

Parrocchia di S.M. Bertilla – Spinea